Intervista a… Marina Sozzi

Inauguriamo un nuovo spazio, tutto dedicato a varie testimonianze. Iniziamo con l’intervista a MARINA SOZZI, amica di Progetto Sirio, filosofa atipica, tanatologa e blogger.

Marina, cosa l’ha portata ad avvicinarsi al tema della morte e del lutto?

Due eventi entrambi casuali, direi. Il più rilevante è stato l’esperienza del cancro fatta da giovane, a trentacinque anni, che mi ha fatto comprendere carnalmente che non sono immortale, mi ha fatto sentire vulnerabile e proprio per questo più umana e matura. Il secondo è stato l’incontro con la Società per la Cremazione di Torino, che vent’anni fa aveva intuito l’importanza di darsi un obiettivo culturale, il discorso pubblico sulla morte e sul lutto. Tuttavia, nonostante la casualità dell’avvicinamento a questi temi, so che se ho continuato a occuparmene per il resto della vita la ragione è più profonda, corrisponde a un’esigenza interiore: non riesco a pensare la mia vita se non in relazione alla morte, al fatto di essere mortale.

 

Ci sono, e quali sono, difficoltà che ha incontrato e incontra tuttora nella gente quando parla di questi temi?

Vent’anni fa era più difficile di oggi, l’imbarazzo era pervasivo. Perfino in sanità la parola morte non si poteva pronunciare, neppure in quei reparti ospedalieri dove la probabilità di guarigione dei pazienti era molto limitata: proferirla equivaleva ad ammettere una sconfitta della medicina. In ambito sociale, ancor peggio. Parlare della morte era una disdicevole libertà, quasi una forma di mancanza di buone maniere. Poco per volta le cose sono cambiate. La filosofia delle cure palliative è stata decisiva, all’interno della medicina, per rompere il silenzio. Poi vi è stato un crescente interesse degli studiosi per questi temi: psicologi, antropologi e sociologi, quindi storici, letterati e altri umanisti. La crescita di un dibattito bioetico, anche in Italia, ha dato un altro importante contributo, anche se spesso resta troppo alla superficie dei problemi. Oggi si incontrano ancora persone che fanno gli scongiuri, ma al contempo nascono istituzioni e progetti, universitari e associativi, decisi a produrre un cambiamento nella mentalità.

 

Cosa è cambiato nella società contemporanea nel concepire la morte?

Credo che il Novecento sia stato l’epoca in cui gli uomini della società occidentale hanno cercato di dare una risposta alla morte inedita, per molti aspetti prometeica. Il messaggio era: per merito degli straordinari progressi della medicina e della chirurgia siamo longevi, e la maggior parte delle malattie sono curabili. Smettiamola dunque di pensare alla morte e di preoccuparci della fine. Purtroppo, abbiamo dovuto constatare che la risposta novecentesca non ha funzionato: talvolta si muore giovani e, oltre alla nostra propria morte, esiste quella dei nostri cari. L’occultamento della morte non ci ha liberati dal memento mori, anzi: ha procurato gravi danni, lasciando soli e impreparati i nostri contemporanei di fronte al morire. Oggi c’è una prima ampia revisione di quel pensiero. E si fa strada un forte desiderio di capire, di trovare nuove strade per la felicità e il benessere, che includano la consapevolezza della stretta connessione tra la vita e la morte. Si pensi, ad esempio, alla diffusione del pensiero orientale e buddista, alle pratiche dello yoga, della meditazione, della mindfulness.

 

Riprendendo il titolo del suo ultimo libro, Sia fatta la mia volontà, come si può ripensare la morte per cambiare la vita?

Molti anni di riflessione su questi temi mi hanno convinta che la consapevolezza della mortalità, se non fuggiamo, sia in grado di portarci immensi doni. Il più grande è l’apprezzamento del momento presente, l’antico saggio carpe diem. Solo se so che non vivrò senza termine, il momento presente, unico e prezioso, si può dilatare, nell’esperienza dell’individuo, e assumere un’ampiezza e una pienezza che possono farci sperimentare l’eternità in terra. La felicità forse, dipende in gran parte da questa capacità: non rovinare un bel momento presente con la preoccupazione per il futuro o con il rimpianto del passato.

Altro dono, meno individuale e più sociale che ci deriva dal riconoscimento della mortalità, è la conoscenza del limite dell’umano e la sua accettazione. E accanto al senso del limite, c’è quello della responsabilità, personale e collettiva. Poiché sono mortale, non ho un tempo infinito per rimediare ai miei gesti violenti, ed essi causano un dolore non sempre redimibile: ne sono quindi responsabile fino in fondo. Io stesso sono vulnerabile di fronte all’altrui violenza. Questa comune fragilità, questo tempo limitato, possono fungere anche da fondamento per un’etica laica.

 

I blog di Marina: Si può dire morte e Il blog di Marina Sozzi | I libri: Sia fatta la mia volontà - Chiare Lettere Ed.

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